Il filtro del silenzio
Non mi piace stare in mezzo a tanta gente e non mi piace quel brusio di sottofondo, il rumore dei passi, dei motori, quel rumore di fondo, grigio. Mi sento come se mi soffocasse, come se coprisse tutto con una coltre spessa.
Cammino con la musica negli orecchi, sempre, quando passeggio, quando giro in città, quando faccio la spesa. Lo so che sembro la perfetta asociale, e forse la sono anche, eppure mentre cammino così, come sollevata, perché il rumore dei miei tacchi sull'asfalto non lo sento, spesso mi ritrovo a pensare che mi piace l'umanità; la amo, questa umanità.
Sarà perché ci metto un filtro, non sento più le parole, il cialeme confuso, vedo solo i volti, gli occhi.
Allora vedo quel ragazzo che conosco, che adesso non è più tanto ragazzo, che cammina dentro quel suo corpo ingigantito: quando era un ragazzino e andava a scuola veniva da me perché lo aiutassi a studiare, io avevo solo forse un paio d'anni più di lui, però ero brava in inglese e francese e lui era uno dei tanti ragazzini che aiutavo. Aveva un viso pacioccone, con il taglio di occhi che cade all'ingiù verso l'esterno, quel taglio che ti fa sembrare un malinconico Pierrot anche quando ridi; era un ragazzino di quelli un pò testoni, proprio non riusciva a cavare nulla dagli studi, ma non gli importava un granché, voleva solo fare il cuoco.
E l'aria da cuoco non gli manca, il viso paffuto, il fisico rotondo. Però non fa il cuoco.
Lo vedo spesso salire sull'autobus, appoggiandosi al bastone con passo lento e insicuro; sale, si appoggia e si siede, se il sedile libero è vicino. Poi resta li, fermo, con lo sguardo lontano, accenna appena ad un saluto, perché è sempre stato timido, e poi continua a guardare non so dove.
Conosco la sua storia, e anche quella della sua famiglia, perché siamo compaesani, e resto a pensare a quel sorriso timido, di chi non pretende tanto spazio nel mondo, solo il minimo, un sedile su cui appoggiarsi, un qualcosa da guardare, da pensare e, ogni tanto, un sorriso.
La signora straniera, invece, aveva gli occhi pieni di entusiasmo. Parlava con un accento rumeno e forse era una badante, una delle tante che vengono qui a fare un lavoro duro e difficile. Di sicuro la sua famiglia sarà stata lontana, chissà se ha lasciato i figli e di quale età, o il marito, a casa, lontano anche lui, o i nipotini. A volte le guardo, queste badanti, però non voglio pensare cosa sia vivere qui, sole, con il conforto di una giornata in libera uscita, che si esce con le unghie smaltate, coi capelli curati, per un giorno insieme a un'amica. Un pò, a dire il vero, si intravede dagli occhi, quello che vivono.
Questa badante, però, coi capelli nerissimi e gli occhi azzurrissimi, emanava un entusiasmo contagioso mentre parlava con l'amica che aveva accanto di piccoli programmi, come andare in quella spiaggia, che 'mi hanno detto che è bellissima, andiamo!', oppure andare un giorno a Monterosso, una gita importante, in un posto meraviglioso, oppure andare a mangiare una pizza dalla Pia 'che la fanno buonissima!'.
Non mi sono quasi mai sentita così entusiasta come lei si sentiva per quelle piccole cose.
La signora anziana seduta sulla panchina davanti al mare l'ho vista solo di schiena, però l'ho vista voltarsi e far cenno al marito di raggiungerla. Lui borbottava qualcosa invitandola ad alzarsi e proseguire la passeggiata, ma lei insisteva. Certo, bisogna fermarsi ogni tanto, fermarsi proprio, e sedersi.
I due restavano seduti vicini, soli sulla panchina, parlavano, e si guardavano. E si parlano e si guardano tutto il giorno, perché non lavorano più, nessuno dei due, perciò condivdono una presenza continua, eppure ancora hanno cose da dirsi davanti al mare. Ho immaginato cose semplici, senza grandi significati, perché, certo, quali grandi significati ti aspettavi di trovare, se non restare un pò seduti a guardare un mare piatto, che sciaborda ogni tanto un'onda discreta che altro non vuole che confermare una presenza.
Io faccio l'asociale: non voglio parlare con nessuno, non voglio sentire nessuno, voglio il mio spazio, che mi scelgo, nella mia dimensione, senza interferenze. Taglio il rumore di sottofondo, però aggiungo un rumore più sottile, che viene dagli occhi, dagli sguardi; è come se un pò di anima venisse fuori da quelle due finestre, come se uscissero pensieri, anziché parole.
E quell'anima che vedo spesso è bella.
Sarò forse io che ci metto un fitro, chissà.
Però mi piace, questa umanità.
Valeria Benettini
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