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 Ingenui e liberti


Ovvero: libero, chi?





Mi sono sempre sentita dare dell'ingenua.
E la sono.
Essere ingenua, per me, è motivo di orgoglio perché significa semplicemente che ho mantenuto la capacità di vedere le cose con occhi privi di pregiudizio. 
Vivere dentro questa specie di 'realismo magico' è consolatorio, direi persino necessario, almeno per la mia sopravvivenza.
Questo spiega in parte il motivo per il quale mi sono così caparbiamente intestardita a voler preservare non soltanto la mia capacità ma anche la mia volontà di interpretare le cose e le persone secondo quel punto di vista che le pone innanzitutto dentro la dimensione della positività: si, ci sarà anche del torto, del negativo, ma quello che conta è il buono, che non manca mai.

(Il buono che non manca mai, davvero non manca mai?)

Quindi, piuttosto che valutare la parte manchevole della serpe, il veleno, io resto a guardare la bellezza delle squame; se tocco una rosa, evito sempre le spine, se mi si dice una cosa impossibile, io riesco a trovarla possibile: il tipico esempio è quello dell'asino che vola.

Fin qui, è tutto scontato. Fin qui, la connotazione di 'ingenuo' è quella che è: l'ingenuo, diciamocelo, è sempre un po' troppo sempliciotto. Un pò scemo, per tagliare corto.




In realtà non è proprio così:
andiamo a vedere cosa dice il dizionario Treccani circa l'etimologia del termine 'ingenuo':

Dal latino ingenuuscomp. di in-1 e tema gen- di gignĕregenusgenerare, ecc.; propr. «indigeno, nativo; nato libero», poi «onesto, schietto, semplice»]. 

 
Nato libero.
Durante il periodo longobardo, (così come era anche per i Romani) il Codice di Rotari prevedeva una differenziazione tra gli ingenui  e i liberti.
Gli Ingenui erano coloro che erano nati liberi, i liberti erano, invece, coloro ai quali era stata concessa la libertà dal loro signore, dopo la servitù. Le due categorie godevano di diversi diritti: i primi potevano assurgere a ruoli più nobili, mentre i secondi non avevano altri 'civili privilegi' (da: E. Branchi 'Storia della Lunigiana Feudale').

Si può ripensare, dunque, il concetto di 'ingenuo' affiancandolo a quello di 'liberto', e vederla così:
L'ingenuità è quella radice di libertà che ci preserva dal diventare liberti.
L'ingenuo è quello che resta 'originario', semplice, finché riesce a non farsi contaminare.

Il liberto, invece, chi è?
Mi viene da pensare che lo siamo tutti: chi più, chi meno, viviamo in una specie di 'libertà concessa': abbiamo legato i nostri giudizi, i nostri pensieri, a pregiudizi e preconcetti presi in nutrimento fin dalla nascita. 

Ci siamo adeguati senza neppure saperlo ad essere servi di un pensiero inquinato che di libero ha soltanto l'illusione, ci dobbiamo vivere, e convivere: il dubbio, la malafede, la sfiducia, il sospetto, la scaltrezza, la furbizia, l'inganno sono diventati valori positivi, indispensabili per l'uomo che voglia vivere in società. La buona fede, la fiducia, la generosità priva di secondi fini, l'amore incondizionato, la genuinità, la spontaneità sono prerogative dell'ingenuo, dello stolto.
Eppure l'ingenuo è libero. E' quello che è riuscito a non farsi mettere catene.
E' una libertà che costa cara, in termini di delusioni, di sconfitte, di 'facciate' più o meno rovinose, ma l'ingenuo è talmente convinto che persiste, si rigenera ogni volta dalle ceneri di un'araba fenice. E ogni volta mette ali più grandi, e più potenti.
Il liberto, invece, non volerà mai.

Niente, era solo per dire che, a volte, le parole fanno incredibili sorprese. All'ingenuo, in fondo, basta poco. 




L'ingenuo vive qui. Questo è il suo paesaggio: fateci un salto, qualche volta.


Valeria Benettini 


(immagini dal web, soggette al diritto di copyright. Riferimenti e crediti:immagine n. 1Immagine 2Immagine 3




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