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 La fine della comunità


Pochi anni fa, nel 2020, ricordo che si parlava di politica, con un amico. Cercavamo soluzioni per il progressivo degrado che si osservava da tempo, all'interno della società.

Eravamo all'immediata vigilia dell''evento' Covid, quello che ha segnato la cesura epocale tra l' 'era pre-Covid' e l' 'era post-Covid'. Ci abbiamo perso molto, con l'evento, ma almeno ci abbiamo guadagnato un riferimento storico temporale di portata epocale...

Eravamo immersi, dunque, ancora dentro un paradigma generale di normalità. Eravamo assolutamente consapevoli che non ci fosse niente che andasse bene, né politicamente, né economicamente, né socialmente, però avevamo ancora voglia di impegnarci per trovare soluzioni, inventare alternative.
In qualche maniera uno guardava a destra, l'altro a sinistra credendo che da una delle due direzioni potesse affacciarsi un'idea, anche solo un'idea di volontà, di impegno vero per risollevare, ritrovare, organizzare. Avevamo qualche spicciolo in fondo alle tasche, ancora.

Per me l'unica soluzione possibile, lo credevo da tempo, e mi ci ero anche impegnata, era rinsaldare le comunità, a partire dalle piccole comunità: perché sul legame comunitario, sulla colla umanitaria, sulla solidarietà reciproca si può porre la base della convivenza sociale. Appartenere ad una comunità è ciò che ci dà la possibilità di essere consapevoli del proprio ruolo come uomo tra gli uomini.

Qualcuno mi disse, un giorno: -che ci sto a fare, io, qui, se tu non mi chiami quando hai bisogno perché temi di disturbarmi? - 
Aveva ragione: che ci stiamo a fare noi, qui, se ci stiamo soltanto in funzione di noi stessi? Per quanto selettivi e solitari si possa essere, l'altro ci serve. L'altro è lo specchio in cui ci riflettiamo, in cui ci ritroviamo, l'altro porta con sé un pezzo di noi, per rendercelo quando lo incontriamo.

Nella comunità c'è l'altro che ci rispecchia, che ci confronta, che ci custodisce. E, insieme, tutti ci facciamo custodi della comunità, nei suoi valori e nella sua storia: tracciamo tutti insieme le coordinate del tempo e dello spazio, che sono i riferimenti nostri e saranno le radici di chi viene dopo di noi.

Tutta la storia che ci ha preceduti e da cui proveniamo è fatta di trame, di intrecci comunitari, figure barocche, arzigogoli sul canovaccio dei grandi eventi: cosa resta di una tela di pittore, se si tolgono i colori?

Ecco. 
Cosa resterà, di questa società 'cambiata', che ha eliminato la comunità?

Nel mio paese c'è un grande palazzo. Fino a pochi anni fa, dei 40 appartamenti che lo compongono si conosceva ogni inquilino: famiglie che vivevano nella stessa casa per decenni, che si vedevano arrivare, le si osservava cambiare, si vedevano nascere i figli, i nipoti, si conosceva ogni nome. 
Ogni singola famiglia contribuiva all'identità di quel palazzo e quel palazzo ne custodiva la vita, la storia. Ognuno di loro ne ha rivestito le pareti con le mattonelle della sua personalità.
Per il paese è la stessa cosa: fino a pochi anni fa ci si conosceva tutti, o quasi: le nuove giovani famiglie si portavano dietro il vissuto dei loro genitori e dei nonni tanto che spesso si indicava il tale o il talaltro come 'è il figlio di'. (un'abitudine che ha radici lontanissime, fino all'epoca della formazione dei cognomi, durante il basso Medioevo).
Cosa significava tutto questo?
Significava riconoscere quel pezzo di sé di cui gli altri sono portatori, che ci inserisce in una storia comune di cui siamo stati e siamo attori. Una storia fatta di interazione, sia essa positiva o negativa, poco importa: comunità.
 

Poi tutto è precipitato.
La velocità del cambiamento è stata esponenziale, da pochi decenni a questa parte. E' bastato dare un piccolo impulso a quel sassolino in bilico, per trasformarlo in una frana.

In quel grande palazzo adesso si soggiorna temporaneamente: gli appartamenti si affittano agli operai delle ditte appaltatrici, che si fermano alcuni mesi; alle famiglie di immigrati che le cooperative sistemano, fino alla prossima variazione; qualcuno ha scelto l'opzione casa-vacanza quindi affitta per pochi giorni alla volta l'appartamento che gli ha lasciato il nonno; qualcuno entra per poco tempo, finché non si trasferisce per lavoro...Quando le persiane delle finestre sono aperte, significa che c'è un inquilino. Se restano chiuse significa che l'appartamento è vuoto. Si è persa perfino l'abitudine di osservarle: se durante il giorno le persiane sono chiuse significa che qualcuno è andato in vacanza; se la mattina il vicino non apre la finestra, significa che c'é qualcosa che non va. 

Fine di tutto questo. 
Resta solo un via vai di figure non ben definite, che non hanno neppure il tempo di raccontarla, la loro storia. Operai che costruiscono grandi navi, ma che non metteranno mai una mattonella sulle pareti della casa che li ospita. Che non è la loro casa.
E' come stare su una strada: vedi tutte le macchine passare, ma non ne vedi neppure una. Ti resta una scia di colore, che però non ci si ferma, sulla tela da pittore.

E la comunità? 
Ne resta un rimasuglio. Che poi è quello stesso rimasuglio su cui si appoggia anche l'umanità di passaggio. Quel pezzetto che sopravvive è necessario anche, e forse soprattutto, per chi è soltanto di passaggio. 
Presto saremo tutti come quelle scie colorate di auto in corsa, un via vai indefinito fermo in un eterno presente, senza passato e, soprattutto, senza futuro: il passato non deve fare storia, ma essere eterna revisione; il futuro non esiste se non è immaginato, e chi può permettersi di immaginare un futuro?
Così, evanescenti, senza riferimenti, si diventa deboli, prede degli eventi. Non attori, ma spettatori di se stessi.

Il mio paese nasce su un fiume, come molti altri. Lo si guarda, il fiume, lo si teme e lo si vive (o, almeno, viveva). 
Ma guai a farsi travolgere dalla corrente delle sue acque.

Valeria Benettini






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