L'inanità
Il paradosso del materialismo
Sapete cosa significa questa parola dal suono così leggero?
'Inanità' significa 'nulla', 'vuoto', 'inutilità'.
A pronunciarla è quasi piacevole, perché scivola via, così accentata, veloce, sulle sue 'n' e 'a': somiglia quasi a uno di quegli scivoli sull'acqua che appena partito, dopo quella breve emozione della discesa sfrenata, sei già arrivato in fondo e ti fermi.
Di 'inanità' sembra quasi inutile parlare. Come si fa a parlare dell'inutile, del vuoto, dell'inconsistente?
Eppure...
Viviamo in una società materialista. Questo credo sia innegabile: ogni valutazione su ogni cosa si fonda su valori materialistici. Il valore del lavoro, che è il fondamento della società, si traduce in guadagno materiale; il valore della cultura, che è il fondamento della crescita, è diventato funzionale al lavoro, quindi alla sua traduzione materialistica. Anche il valore della salute si valuta in moneta sonante: serve che lo spieghi?
Il valore dell'uomo si calcola sulla sua funzionalità, sulla sua resa come componente della grande macchina: l'ingranaggio deve funzionare bene, perfettamente, il pezzo deve fare la sua parte e quando è usurato non vale più nulla e deve essere sostituito.
Sono pessimista? Ho una visione estrema? (mi giustifico: recentemente ad un pensionato francese di 84 anni è stato rifiutato il ricovero in ospedale, perché 'troppo vecchio'. Traduco: 'non si aggiusta più', non serve più. Potete anche non crederci, capisco, è dura).
Torniamo alla società materialista, e poi accostiamo materialismo/inanità.
Ecco il paradosso.
Tutto questo 'tangibile' che ci siamo affannati a costruire, ad ottenere, a realizzare è inanità. Questo valore quantificabile così rassicurante, perché possiamo riconoscerne i contorni, quantificarlo, pesarlo, toccarlo, è inanità, vuoto.
In pochi decenni abbiamo barattato la creazione con la produzione, la creatività con la produttività. Il miraggio della vita comoda ci ha fatti correre verso un'oasi che si è trasformata in prigione. Non abbiamo la vita comoda, e non abbiamo più la libertà. Nel frattempo ci siamo lasciati distrarre da pioggie di luccichini colorati, illusioni ed effetti speciali. Ci siamo sentiti quasi immortali, proprio mentre morivamo. (Sembra la fiera dei paradossi: e cosa c'è di più rappresentativo della nostra società, del paradosso? dell'assurdo che Beckett e Pirandello avevano capito e così bene illustrato già molti anni fa?).
Ora insistiamo a tenerci aggrappati a questa materia, tanto che ha finito lei, per avvinghiarci con le sue catene. L'anima, la libertà, che sono quelle che fanno di noi Uomini e non macchine, sono temutissime, pericolosissime.
Mi vengono in mente i personaggi di 'Finale di Partita', l'opera teatrale di Beckett: Nagg e Nell, i genitori, sono due tronchi calati in due bidoni della spazzatura dai quali emergono; paralizzati, fermi come Clov, il protagonista, che è inchiodato alla sua sedia a rotelle. Nagg e Nell esaminano gli oggetti che si trovano nella spazzatura descrivendoli minuziosamente, passano così il loro tempo. Emblematico.
Vladimir ed Estragon, in 'Aspettando Godot', almeno aspettavano qualcuno, speravano ancora, in una specie di disperato ottimismo.
Ce l'aveva detto, Beckett, che Godot non sarebbe arrivato.
Ma, tanto, anche noi abbiamo smesso di aspettare, anzi, non sappiamo neppure più cosa fosse, che stavamo aspettando.
Ci siamo divertiti e ci divertiamo ancora a scivolare sull'acqua. Scivoliamo anche sull'inanità, col suo accento, con le sue 'n' e 'a'. Speriamo di trovare, in fondo alla corsa, una discarica morbida.
(locandina di 'Aspettando Godot' da Wikipedia)
Valeria Benettini

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