Whatsapp, what's up?
Bisogna proprio che mi decida, e che scriva qualcosa su questo 'nuovo' mezzo così utile e, nello stesso tempo, anche deleterio.
Nulla da dire sull'utilità di whatsapp: è innegabile.
Ma quali sono i risvolti negativi di questa grande opportunità?
Andiamo per punti:
- l'immediatezza: apparentemente è una cosa buona. Si può interpellare qualcuno ed avere subito un riscontro, che non è male, quando è necessario. Per il resto, però, anche questa non è una cosa poi così positiva: innanzitutto perché si pretende un riscontro immediato dalla controparte, che si immagina altrettanto attenta ai messaggi che riceve e disponibile per una risposta immediata. Col tempo l'immediatezza diventa scontata e la mancanza o anche soltanto il ritardo della risposta provocano ansia, a voler essere ottimisti. Si, perché a volte si va anche oltre, cioè si arriva alla colpevolizzazione dei riceventi distratti (che poi, per lo più, sono impegnati, e magari colpevoli di non tenere il telefono costantemente nella tasca).
Un'altra conseguenza dell'immediatezza è che si scrive qualunque cosa: ogni gesto può diventare un evento, ogni reazione, ogni pensiero. Tutto diventa qualcosa da dire, da comunicare a qualcuno: il piatto che si sta mangiando, le stringhe delle scarpe, il primo pensiero che ci passa per la testa, l'importante è dirlo. Ecco, così, che arriviamo al secondo punto:
- I contenuti: si prende il telefono, si apre whatsapp, si individua il destinatario, si apre la chat e si scrive. Tutto in 5 secondi. Parliamo, prima di tutto, della sostanza: cosa si scrive? Tutto di tutto un po', per lo più cose inutili se non, a volte, inopportune o/e indesiderate. La parola scritta che dovrebbe generarsi dalla riflessione adesso esce dall'impulso. Per favorire quest'impulso privo di elaborazione abbiamo a disposizione anche le emoticons. Certi messaggi non hanno neppure più bisogno di parole, parlano con le faccine o con le icone. Di questo parleremo più avanti.
E ora parliamo della forma: come si scrive? Male. E' evidente che ormai quello che conta è davvero soltanto il contenuto che si vuole trasmettere, come se questo potesse prescindere dalla forma. Abbiamo dimenticato, è chiaro, che la forma del discorso ci dice qualcosa di chi scrive, non soltanto la sua sostanza. Avete presente la 'scelta delle parole'? Se dovessimo scrivere una lettera, per esempio, nella quale dobbiamo annunciare un evento o parlare di una disgrazia o di una gioia la scelta delle parole sarebbe scontata, mentre qui, ancora una volta prevale l'esigenza dell'immediatezza, del subito, ora.
Possiamo affermare che questa esigenza le parole le ha proprio cancellate, a favore delle icone o emoticons. (emotion-icon).
La sofferenza del contenuto non è soltanto nella struttura del discorso e nella scelta delle parole, ma anche nell'ortografia e nella grammatica. Inutile commentare, lo vediamo tutti.
- Le emoticons: la scomparsa delle parole.
Fino a qualche anno fa, quando whatsapp non esisteva, si potevano mandare sms, ma l'utilizzo era molto diverso: ogni messaggio si pagava ed aveva un limite di 180 caratteri. Va da sé che un sms si inviava se era necessario e si scriveva in maniera concisa. Questo utilizzo poteva arginare il danno.
Eppure, sebbene abbiano avuto vita breve, gli sms hanno dato il via alla modifica del linguaggio scritto, che poi whatsapp ha peggiorato e radicalizzato: l'abbreviazione delle parole, la riduzione della sintassi, la scomparsa delle espressioni scritte: vi ricordate quale è stata la prima parola che abbiamo abbreviato? Io lo ricordo: 'non', che è diventata 'nn'. Moltissime altre sono seguite, fino a produrre un linguaggio stenografico: 'perché' è diventata 'xké', 'quando' si è trasformata in 'qnd', 'tutto' in 'tt', e così via, perché bisognava utilizzare il minor numero di caratteri possibile, per non eccedere i 180 caratteri che l'sms prevedeva, dovendo, di conseguenza, pagare altri 10 centesimi per un nuovo sms. Si trattava di un'esigenza pratica che, però, poi è diventata 'comodità, e le parole si sono ristrette.
Con le emoticons le parole sono...'svanite'...Quei segni grafici che si producevano assemblando punti, virgole, punto e virgola e due punti quando dentro un sms volevamo 'disegnare' una faccina sorridente, un occhiolino, ecc., si sono perfezionati e sono diventati iconcine di faccine che esprimono tutto il prisma delle emozioni e degli stati, e di figurine che significano espressioni: 'grazie', 'forza', 'congratulazioni', ecc... Quelle emoticons ci sono piaciute talmente tanto, che abbiamo imparato subito ad utilizzarle. Peccato che, di conseguenza, abbiamo disimparato ad esprimere le stesse cose con le parole.
Quelli di voi che utilizzano questa app regolarmente hanno mai più provato a scrivere una lettera? Vi è capitato di non sapere come tradurre uno stato d'animo, o di sentire l'esigenza di mettere una faccina all'interno del periodo? Ecco: questo significa che le parole sono svanite.
Perché la comunicazione non è fatta soltanto delle parole pronunciate, ma anche delle parole recepite; è una compartecipazione, un'azione condivisa da chi parla/scrive e da chi ascolta/legge, dove le due parti hanno la stessa importanza.
Perché il messaggio arrivi correttamente, cioè convogli il contenuto che gli conferiamo, è necessario che tutti i fattori che compongono la comunicazione siano presenti e la prossemica è talvolta il fattore più importante.
Con le emoticons si cerca di sopperire alla mancanza della prossemica: si mette una faccina che ride per far capire che si sta scherzando, o un'espressione diversa per far arrivare il sarcasmo, la rabbia, la perplessità...Di certo, però, queste non possono sostituire la presenza. E lo testimonia la grande abbondanza di fraintendimenti che si generano ogni volta che si sbaglia un termine o un momento o che si dimentica di completare una frase con una faccina laddove questa sarebbe stata necessaria o che si aggiunge la faccina o l'icona sbagliata.
- Siamo uomini, molto meglio dell' IA (Intelligenza Artificiale)
Ho menzionato l'IA soltanto per metterla in contrasto con l'essere umano e per concludere che l'IA non ha bisogno di prossemica: l'Intelligenza Artificiale, con la quale tutti presto dovremo fare i conti, è in grado di elaborare tutti i contenuti, immagazzinandoli ed utilizzandoli per costruirsi un database dal quale attingere per fornire risposte e responsi ad ogni tipo di richiesta. L'IA può rispondere a qualsiasi domanda, fare qualsiasi calcolo, tradurre qualsiasi lingua, elaborare qualsiasi immagine. L'ultima frontiera di questa tecnologia sono quegli avatar costruiti al computer che sembrano persone vere e che, a volte, vengono 'adottati' da persone vere come amici o anche fidanzati: cade anche l'ultima frontiera fra l'uomo e la macchina.
Cosa c'entra questo con whatsapp?
C'entra. Penso ai bambini ed ai ragazzi. (lasciamo perdere noi, che siamo cresciuti con un paradigma diverso e che, infatti, siamo qui a farci domande) I bambini ed i ragazzi crescono con questo mezzo, si potrebbe forse dire che questo mezzo è diventato il primo mezzo di comunicazione: non c'è più la presenza, neppure soltanto la presenza della voce, quella della telefonata, che presupponeva un tempo limitato, una motivazione e, a livello comunicativo, implicava la presenza di due interlocutori ed un certo grado di prossemica che si esprimeva col tono della voce. La telefonata era soltanto un'anticipazione della conversazione in presenza.
Adesso tutto si fa con whatsapp, si comunica continuamente con whatsapp: i ragazzi si scrivono ininterrottamente per ore perdendo anche la voglia di incontrarsi. Tutta la parte espressiva va perduta. Quella stessa parte importantissima che contribuisce, tra l'altro, allo sviluppo della personalità: l'interazione sociale e lo specchio nell'altro. (I neuroni specchio non sono importanti soltanto nella prima fase dell'infanzia, ma sempre: l'empatia, il riconoscimento dell'altro ed il riconoscimento di se stessi nell'altro fanno parte della nostra continua evoluzione, della nostra crescita, dei nostri cambiamenti).
Attraverso l'altro noi ci riconosciamo e ci conosciamo, ci rispecchiamo, insomma. Se, però, l'altro non è presente e di lui ci resta soltanto un messaggio scritto (e scarno, per lo più), anziché 'rispecchiarci fuori' iniziamo a 'rispecchiarci dentro': un continuo confronto esclusivo con noi stessi, un riavvolgimento, un ripiegamento all'interno che non evolve, un pò come l'IA, che attinge soltanto al proprio database, per quanto vasto esso sia. Quando arriva il momento del confronto con gli altri, non si potrà far altro che interpretare l'altro secondo un unico esclusivo paradigma, il proprio.
Ora, se per gli adulti questo meccanismo funziona ancora in maniera limitata, cosa sarà per i bambini, che crescono in questo modo?
Noi abbiamo avuto modo di conoscere un'altra 'modalità', possiamo ancora trovare riparo nella 'normalità' che abbiamo conosciuto, quella della socialità 'in presenza'.
Ma i bambini? I ragazzi? Quanto della loro componente 'umana' si manterrà? Quanta empatia riusciranno a sviluppare? Come riusciranno a non 'involvere' rispecchiandosi nel loro database fisso, cristallizzandosi?
Dunque, che succede? What's up?
Valeria Benettini
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