La società muta
Ovvero: la parola che non parla
La parola parla.
Lo affermo lasciando il tempo verbale al presente, soltanto in virtù della speranza che sia ancora così, ma consapevole che purtroppo così non è. Almeno, per quasi tutti.
Il vocabolo 'parola' è nato nel Medioevo, come modificazione di 'Parabola', cioè racconto, allegoria. Prima di questo, la parola, in latino classico, era il Verbum, il Verbo, quello che poi si è caricato di significato col cristianesimo, quella parola fatta carne che si trova nel Vangelo.
Il legame tra la parola e il Verbo , però, non si è mai spezzato.
Perché la parola è ancora legata, nella sua essenza, al sacro.
Quelli della mia generazione, o delle generazioni precedenti, lo sanno molto bene: siamo quelli che dicono ancora 'Ti do la mia parola', oppure 'Ti credo sulla parola'.
Ma la società di oggi no, non lo sa: la parola è diventata vuota, non parla, non dice: suona.
La parola si utilizza per mettere insieme nozioni, tagliando lungo i bordi del significato tutte quelle frange, quelle sfumature che non si inscrivono nella funzionalità, fino, a volte, a ridurla ad acronimo (gli acronimi che oggi vanno tanto di moda), basta che svolga la funzione che le è assegnata.
Oppure, nel peggiore dei casi, si usa a caso, con una fioritura di vocaboli inseriti nei contesti più sbagliati, bistrattati, abusati.
Se si pronunciano certe locuzioni o parole così, a caso, è perché non se ne sente più il senso: un esempio lampante è questa orrenda abitudine di dire a tutti 'Ti amo'. Lo si dice alla mamma, all'amica, all'amico, al nonno...Si, è vero che si tratta di un 'inglesismo', una traduzione sbagliata dell'espressione anglofona per dire 'ti voglio bene', ma è anche vero che si sta parlando italiano, e che in italiano, 'Ti amo' si dice alla persona di cui si è innamorati.
Ora, tra la parola che esprime e chi la utilizza c'è un rapporto reciproco: la parola mi serve per esprimermi e mi permette di esprimermi. Se 'mi manca la parola' non so come esprimermi, dunque non riesco ad elaborare quello che sto provando, a mettere in ordine i miei sentimenti, le mie emozioni.
Allo stesso modo, la parola, quelle emozioni e quei sentimenti li incarna, dunque li fa esistere: senza la parola non ci saranno più neppure loro, saranno annichiliti, cancellati. L'eloquenza, cioè la capacità di parlare, di esprimere, è un vocabolo che deriva dal latino eloquere, cioè 'portare fuori': portare fuori quello che è dentro: esprimere, dire.
(cominciate a capire dove ci sta portando l'ignoranza, l'incapacità di leggere, scrivere e parlare?)
Quando si inizia a percepire quanto sia importante la parola, allora si può fare un passo indietro, per ricordarne il peso, la grandezza, la sacralità: i sacerdoti druidi non scrivevano mai le loro formule, né i loro insegnamenti, perché ritenevano che la parola dovesse restare legata a chi la pronunciava, espressione dell'intento del parlante che, con la sua presenza, la garantiva. Era tale la sacralità della parola che nessun intermediario era tollerato, perciò non era prevista la scrittura, che l'avrebbe consegnata a terzi e sottoposta ad interpretazione. La parola dei sacerdoti druidi era carne, la loro.
Le formule magiche degli stregoni erano segrete, pronunciate in lingue strane, incomprensibili se non per chi le pronunciava, dotate di un potere grandissimo.
Certe parole, ancora oggi, restano tabù, è preferibile non pronunciarle, o, se non si può evitare, pronunciarle sottovoce. Ci avevate mai fatto caso?
E' il potere evocativo della parola (che sta andando perso): ci sono parole tabù che evocano immagini, situazioni, cose che non si possono evocare, perciò si sottacciono, si alludono.
Oggi si tende a non considerarle più, tutto deve salire in superficie, anche queste parole, devono sganciare la zavorra e svuotarsi del loro peso. Eppure, questo abbandono delle parole tabù, che si presenta sotto forma di libertà, di emancipazione, non è che impoverimento, svuotamento.
Il fatto è che se è vero che siamo parole, espressioni, cosa resta dell'uomo, se le parole non pesano più?
Resta la carne, funzionale come i vocaboli tecnici, come gli acronimi.
Si capisce, adesso, perché non si studi più la poesia, che è pura parola, con tutto il prisma dei significati che può avere. La poesia va nel profondo, evoca, colloca la parola nella dimensione umana più sacra, più intima. Va a pescare i suoi significati nell'interiorità, ricordandoci che ognuno di noi ne possiede una.
La parola muta, no.
La parola che non parla, che non dice, che elenca, che assembla.
Come quella dell'Intelligenza Artificiale, quella che dovrebbe sostituire i ragionamenti umani. Quella parola 'artificiale' non evocherà mai, ma che è così potente da voler scalzarci dal nostro ruolo di parlanti.
Certo, se continuiamo a galleggiare in superficie, se non ci riprendiamo, con la consapevolezza, questo nostro strumento così prezioso, ci riuscirà.
Nel frattempo, per scongiurare l'avvento del peggio, possiamo sempre pronunciare gli scongiuri:
Aglie, fravaglie, IA cca nun quaglie,
corno, bicorno, cap'alice e capa d'aglio
CIUCCIUE'!

Commenti
Posta un commento